martedì, marzo 16, 2010

SEGNALAZIONI. 09: Cose belle che succedono in provincia...

Michele Petrucci, Bastien Vives, Nigraz e Davide Garota si incontrano in un'Urbino ancora innevata per parlare tra loro di fumetto, illustrazione e nuove tecnologie... come in una Quattrocentesca corte rinascimentale.
Trovate tutto qui (e presto troverete altro...).
Bello!

sabato, marzo 13, 2010

SEGNALAZIONI. 08: Rocketeer vola ancora!


A stento contengo l'eccitazione... per la gioia di tutti gli appassionati del fumetto di avventura classico e ben disegnato, delle atmosfere golden age, del design retrò e delle forme prosperose alla Bettie Page, i saldatori riportano l'uomo razzo di Dave Stevens a solcare i cieli italiani.

(P.S.: Buon lavoro, Stefano! ;-D)

giovedì, marzo 11, 2010

SEGNALAZIONI. 07: ...ma allora è uscito!

More about Cerebus: Alta società

L'ho intravisto sulla libreria aNobii di un paio di lettori...

Per chi non lo conoscesse (tenete presente che il mio articolo qui sotto è roba mooolto vecchia. Un avvertimento: le parti riguardanti i vari blocchi di storie contengono SPOILER. Il resto dell'articolo, apertura e chiusura, possono considerarsi pressoché spoiler-free... così poi non mi venite a rompere):

Dalla spada alla mitra: vita, morte e miracoli di un oritteropo (e dei suoi autori)

A raccontare qualcosa cui teniamo molto si finisce sempre (a meno di non essere Alan Moore) col togliere a chi ci ascolta ogni intenzione di avvicinarsi anche solo a un miglio dalla “cosa” raccontata: la concitazione, il desiderio di coprire ogni aspetto di ciò che abbiamo provato, l’illusione che l’esperienza sia per gli altri ciò che è stata per noi, tutte queste cose congiurano a farci somigliare più agli ominidi di 2001 Odissea nello spazio che a degli esseri umani (dotati per questo, si suppone, di capacità psicomotorie superiori). L’emozione è una brutta bestia. Tutto questo per giustificarmi, per trovare un alibi che raddolcisca la vivisezione che mi sono costretto a fare nel parlare di Cerebus e della sua storia; non c’era altro modo: o vi raccontavo Cerebus così, oppure vi sareste trovati come quando si sta ad ascoltare qualcuno che ricorda episodi cui non eravate presenti.

L’AUTORE.“Dave Sim nacque ad Hamilton, Ontario e si trasferì a Kitchener a due anni per riunirsi con la sua famiglia. Da allora ha intrapreso diverse pratiche disgustose compreso il matrimonio e gli strip-scacchi.” Questo è quanto dice di se stesso Dave Sim nel volume che raccoglie i primi 25 episodi di Cerebus. Possiamo aggiungere che da quando ha intrapreso l’avventura di Cerebus non ha mai smesso di progettare /ed attuare) machiavelliche campagne promozionali che lo vedono spostarsi continuamente in tutti i paesi in cui si parla l’inglese (per ora solo nell’emisfero boreale). Le sue specialità: sostenere il diritto d’autore nel fumetto e farsi fotografare con belle ragazze ogni volta che può. Il suo hobby: dissacrare il comicdon americano.

Il CO-AUTORE.“Gerhard nacque ad Edmonton. Ha una barca ed un gatto.” Più o meno alla metà di Church & State Gerhard si unì a Dave Sim nel disegnare Cerebus: uno alle matite e l’altro alle chine? Troppo facile: Dave continuò a disegnare i personaggi, Gerhard prese ad affrescare gli sfondi, con l’apprezzabile risultato che da allora non ci si sporca più le dita di nero quando si legge Cerebus.

L’INIZIO.“Egli entrò nella nostra città alle prime luci dell’alba… Benché in seguito sarebbe stato riconosciuto come il miglior guerriero che avesse attraversato i nostri cancelli, in quel momento non era che una curiosità… Vedete, era alto solo cinque palmi, aveva un grugno prominente, una lunga coda ed era coperto da corto pelo grigio… Era, in breve… Cerebus the aardvark.” Con queste parole Cerebus esordì in sordina nel 1977. Cerebus è un aardvark, ossia un oritteropo, ossia una specie di formichiere; è l’unico (o quasi) animale antropomorfo della storia, ed è l’unico (o quasi) ad essere retinato (gli “o quasi” si devono al fatto che ultimamente Cerebus ha scoperto che esistono altri due aardvark). Come riporta un articolo sul primo numero del Cerebus Companion, una rivista di critica dedicata esclusivamente a lui, le prime avventure del nostro protagonista risultano essere un cocktail ottenuto agitando in uno shaker Howard the Duck, Conan the Barbarian e i cartoni della Warner Bros. Ma lo stesso Dave Sim, in un’intervista rilasciata nel 1982, dichiarava che già dopo 15 numeri sapeva che Cerebus si sarebbe allontanato dalla semplice parodia della sword&sorcery. Ma nulla lasciava presagire quello che successe poi.

CEREBUS n. 1/n. 25. I primi 25 numeri di Cerebus sono dunque una rivisitazione parodica di tutti i cliché della fantasy eroica: maghi, tesori, eroi, mostri e magie, non manca nulla. Compaiono personaggi secondari destinati col passare del tempo ad assurgere al ruolo di comprimari: l’irascibile Red Sophia, il logorroico Elrod the Albino, il marxiano Lord Julius (nel senso di Groucho Marx), la dolcissima Jaka, e alcune delle prime, infinite personalità di Artemis. Senza costoro, e altri che se ne aggiungeranno durante la strada, Cerebus non sarebbe Cerebus. Il segno, ancora assai acerbo, di Dave Sim appesantisce la leggerezza di questi episodi, che spesso mancano ancora di una rigorosa serialità temporale. Tuttavia la forte caratterizzazione dei personaggi e la spassosità delle situazioni presentate riesce a polarizzare la nostra attenzione, facendoci sorvolare sulle insicurezze del tratto e lasciandoci presagire quella maturazione esponenziale del prodotto che sarebbe arrivata di lì a poco. Tra gli episodi memorabili possiamo ricordare quello ambientato alla “scuola per giovinette dotate” diretta da Charles X Claremont oppure l’epico scontro tra la terribile Woman-Thing e l’ancor più orribile Man-Thing, scontro che conclude questo primo blocco di storie.

HIGH SOCIETY n.26/n. 50. Con High Society il nostro piccolo amico grigio si appresta alla scalata al successo: sullo sfondo dell’incredibile Regency Hotel Cerebus si accinge a diventare nientemeno che il Primo Ministro di Iest! Questa parodia politica (che alcuni hanno potuto avvicinare alla parabola del presidente Nixon) è il primo passo di Sim al di fuori della pura fantasy: tutto il mondo da lui creato viene messo a fondale del teatro in cui Cerebus vive la sua avventura elettorale; magia e soprannaturale acquisiscono patente di normalità, così che non troviamo niente di strano nel fatto che Cerebus possa discutere di progetti elettorali giocando a crocquet con l’elfa luminescente che infesta il Regency. Compaiono altri importanti comprimari quale, ad esempio, Astoria, intrigante figura di donna che combatte con ogni mezzo per imporre le proprie idee. Sim ha ottenuto con Astoria, grazie alla sua successiva evoluzione, una delle più vive creature che abbiano mai abitato l’universo a due dimensioni. Naturalmente una personalità così spiccata non poteva non finire col cozzare con l’infinito egocentrismo di Cerebus! Ma è destino che il potere politico non duri nelle zampe unghiute del nostro protagonista: solo un branco di pecore acconsentirebbe a farsi spremere come vorrebbe l’oritteropo. E tra le tante cose che rendono gli uomini simili a pecore ce n’è una che ha particolare peso sulle masse.

CHURCH&STATE I e II n. 52/n. 111. Con il seguente blocco di episodi Cerebus infatti ritenta la sua scalata al potere improvvisandosi Papa. La prima metà narra le vicende che lo porteranno al soglio pontificio, la seconda racconta il suo (mal)governo spirituale e temporale sui poveri credenti e la sua metafisica ascesa alla luna dove apprenderà dall’Arbitro, la profezia che riguarda il suo destino: “Vivrai ancora per pochi anni… Morirai solo, illacrimato e non amato da alcuno”. Tra gli episodi non è possibile non ricordare il matrimonio contratto da sbronzo con Red Sophia, l’avvento delle Secret Sacred Wars (le Guerre Sacre Segrete), lo “scaglio” di più di un innocente (bambino o vecchio che sia) dal tetto del suo albergo onde edocere i credenti e il fantastico, irripetibile “monologo” con l’Uomo della Luna (solo quest’ultimo riesce infatti a parlare in assenza d’aria).

JAKA’S STORY n. 114/n. 136. Ritornato sulla terraferma Cerebus scopre che ciò che gli aveva detto l’Uomo della Luna era vero: il termine di tempo che aveva fissato per la fine del mondo era trascorso, nulla era accaduto e tutti i suoi seguaci lo avevano abbandonato. Inoltre le truppe del matriarcato alla guida di Cirin avevano invaso e occupato tutta la Lower Felda e con essa la capitale Lest. Tutti i soldi di Cerebus erano stati confiscati. Una taverna ed un negozio di generi alimentari che appartengono allo stesso remissivo proprietario che affitta anche gli unici due edifici rimasti intatti nei dintorni. Le costruzioni sono abbarbicate sul monte, nella parte di Lest abbandonata dopo l’ascensione. Il taverniere, Jaka e suo marito Rick, lo scrittore Oscar Melmoth (calcato su Wilde), “Fred” alias Cerebus, costretto ad uno pseudonimo dalla nuova realtà politica. Questi gli elementi di Jaka’s Story, una vicenda dalle densità narrativa tale che mi è dolorosa la sola idea di riassumerla, per cui non lo farò. Tutto è ‘costretto’ in queste pagine: il riso, il pianto, la nostalgia, l’amarezza, l’ironia, la tragedia, il dolore; è un microcosmo narrativo perfetto, a mio avviso l’apice dell’arte di Sim fino ad ora. E’ tutto così perfetto che, come in un cerchio, alla fine Cerebus si trova nella stessa situazione di prima.

MELMOTH n.139/n. 150. Così Sim riassume Melmoth: “Cerebus, credendo erroneamente che Jaka sia morta, prende alloggio (in uno stato di semicatatonia n.d.a.) al Dino’s Cafe, stringendo in mano la bambola dell’infanzia di Jaka, Missy, e la sua spada. L’altra metà della storia è una fedele narrazione degli ultimi giorni di Oscar Wilde”. In undici splendidi numeri Sim si prepara e ci prepara al giro di boa del numero 150: il tono tenue della narrazione, l’ironia malinconica della vicenda di Cerebus, la tragicità dimessa degli ultimi istanti di Oscar Wilde contribuiscono perfettamente a dare l’idea della quiete che precede la tempesta.

MOTHERS & DAUGHTERS dal n. 151. Con il n. 151 Sim comincia Mothers & Daughters un lungo capitolo che si divide in numerose sottovicende. La trama è praticamente impossibile da riassumere: tutto ciò che era stato nei primi 150 numeri viene rivisto e ridefinito, quasi episodio per episodio. L’autore sembra dilatare la narrazione, giungendo negli ultimi numeri quasi al punto di rottura; eppure c’è sempre qualcosa che ci tiene inchiodati alla pagina come nella miglior tradizione della serialità cliff-hanger. Così in "Endgame", l’episodio di giugno (n.183), Cerebus è coperto di sangue di fronte ad una Cirin armata di spada; ce la farà il nostro eroe? To be continued…

[nel frattempo la maxi serie si è conclusa, n.d.a.]

IL LINGUAGGIO DI CEREBUS. Niente di più vero: Cerebus è davvero stato molte cose e questo è uno dei motivi per cui è così dannatamente difficile parlarne. Altro motivo è quello condensato nel titolo di uno degli albi: “Anything done for the first time unleashes a demon”, vale a dire “Qualsiasi cosa fatta per la prima volta sprigiona un demone” e Cerebus è unico in tutto. Mi spiego: a partire dagli autori (uno scrive e disegna le persone, l’altro disegna gli sfondi) non c’è niente che possa legare questa serie ad una categoria editoriale, che possa addomesticarne l’irruente freschezza rinnovantesi di numero in numero. Provo a materializzare il concetto: immagino che, dal momento che state leggendo queste righe, voi tutti conosciate il formato comic-book; di solito l’appassionato dopo aver letto il suo albo lo ripone in una di quelle bustine che gli calzano come un guanto; ebbene, Cerebus se ne sta all’editoria americana come, materialmente, i suoi albi stanno a quelle bustine: alla fine riesci a farceli entrare ma quella non è la loro taglia, gli albi sono qualche millimetro più larghi del formato standard e finisce che le bustine si incurvano finché la plastica si deforma. Ma che cos’è che rende questo oritteropo (Cerebus è un oritteropo) così speciale? Per rispondere a questa domanda senza sembrare un invasato mi servirò di alcuni termini-ombrello (ossia di concetti all’interno dei quali ci sta tanta altra roba): inizierò da organicità, per poi passare a struttura, scrittura e lettura; infine la parola-cardine evoluzione darà a tutto un senso più dinamico.

ORGANICITA’. Chi legge CEREBUS non può fare a meno di notare l’assoluta padronanza dei mezzi espressivi da parte di Dave Sim: il testo narrativo, il segno grafico, la scansione della pagina, tutto tende a dialogare con il lettore e, cosa ancor più notevole, tale scansione è focalizzata: non ci troviamo di fronte ad una serie di illustrazioni in cui il testo ha solo il compito di allungare il tempo di lettura di una scazzottata, né tanto meno a un piano sequenza interminabile con voce in didascalia che ci racconta ogni passo per strada del protagonista. O meglio queste cose ci sono tutte, ma se ci sono hanno una ragione per esserci e il lettore è condotto per mano da Sim a scoprire quale sia tale ragione. Pose plastiche, brani di romanzo, intere pagine che per essere lette devono essere capovolte perché il protagonista ha una sbornia colossale, tutte queste cose non sono espedienti gettati nella storia per dare al lettore l’impressione di leggere qualcosa di diverso dal solito; tutte queste cose fanno la storia, vivificano sceneggiatura, testi e disegno trasmettendo una impressione di molteplicità organica, così come è molteplice e organico l’universo di riferimento del lettore.

STRUTTURA. Un’occhiata alla struttura della storia, come si è sviluppata fino ad ora, ci permette di evidenziare alcune di quelle caratteristiche che rendono Cerebus così singolare. Proviamo a seguire la crescita narrativa di un personaggio del main stream, vale a dire del filone supereroistico: quello che colpisce, per necessità della serializzazione all’infinito, è che tale personaggio vive una vita ciclica, fatta di eventi che si ripetono, come se corresse lungo la circonferenza di un cerchio; talvolta arriva qualcuno come un Moore, un Miller, una Nocenti, che dà un pugno sul tavolo e fa saltare la puntina del giradischi su di un cerchio concentrico più esterno; più spesso arriva qualcun altro che senza neanche alzarla, striscia la puntina verso uno dei più stretti cerchi interni. Pur mantenendo una sua circolarità, la struttura di Cerebus è una struttura a spirale: il flusso della narrazione ripensa se stesso instancabilmente, eventi che appartengono alla preistoria del personaggio crescono con lui, assumendo un nuovo significato; i comprimari si modificano, maturano un ruolo più attivo mano a mano che si procede in una vicenda che, va ricordato, ha già un’estensione definita (con il trecentesimo numero, infatti, la serie dovrebbe terminare con la morte del protagonista). La parola continuity, terribile divinità nel cui nome si sacrificano numerose idee, torna a essere, ridimensionata dall’arte di Sim, quell’ingrediente di coerenza necessaria in un universo narrativo, come era stato agli inizi della Marvel.

SCRITTURA. Dave Sim è uno scrittore. Uso questo termine in un’accezione allargata in cui faccio confluire ciascuna delle diverse operazioni di scrittura che fanno capolino dalla pagina di Cerebus. La varietà delle forme e delle modalità è un’altra delle singolarità che caratterizzano questa serie: ogni espediente narrativo usato nella letteratura tradizionale viene ripreso da Sim e piegato alle sue esigenze espressive; troviamo così la narrazione a scatole cinesi, l’inserzione di pagine di giornale, il dialogo e la narrazione illustrata, l’inserimento di personaggi ed episodi nel nostro mondo di lettori; non solo, ogni pagina è accompagnata da una “voce” adatta, e la scrittura di Sim sa farsi, per l’occasione, apocalittica e drammatica, struggente e sentimentale, ironica, demenziale, epica, nostalgica, fredda come un rapporto ufficiale e commossa come il ricordo… Ma c’è anche quell’altra scrittura, che è tipica solo di chi scrive fumetti cosciente di esprimersi in un modo che è proprio solo del fumetto: Sim non utilizza solo la penna per scrivere; anche il suo pennino “scrive”: il segno calligrafico e pulito, raffinatosi nel corso degli anni, racconta anche lui la sua storia di immagini puntigliose e, grazie anche all’aiuto di Gerhard, dense di particolari. E’ infine compito della scansione della pagina orchestrare sapientemente questo dialogo di immagini e di parole, per consentire al lettore di indugiare su ogni pagina solo quanto è necessario, perché il ritmo di lettura non rallenti quello della narrazione.

LETTURA. Ma chi è che legge Cerebus? Esclusi i fanatici ortodossi quale il sottoscritto (che ha già prenotato la stanza di albergo a Kitchener in Ontario per il 2004, per quando cioè questa “miniserie” di trecento numeri dovrebbe terminare), l’unica caratteristica che accomuna i lettori di Cerebus è data dalla certezza che, dopo la lettura di ogni numero, saranno cresciuti un pochettino: sia il fan di Spawn, che compra Cerebus perché ha fatto la guest-star sulla sua testata preferita, sia l’intellettuale che lo acquista perché è “in” mostrarne la copertina, assieme a quella dell’Ulisse di Joyce, stretta sotto il braccio, entrambi, dopo aver superato l’impatto iniziale con un’opera assai impietosa con chi acquista un albo a caso, scopriranno che Cerebus li ha in qualche modo cambiati: il primo tornerà alla lettura dei suoi comics con un occhio leggermente più critico, il secondo avrà forse un’idea un poco più allargata della letteratura. L’eterogeneità del pubblico è forse la conseguenza riflessa della pluralità degli stili riscontrabili nella serie; Sim ha creato un universo narrativo dotato di una sintassi così complessa da permettere la coabitazione simultanea di registri contrari: come nel nostro mondo il dolce e l’amaro coesistono, così in Cerebus è possibile ridere fino alle lacrime di situazioni altamente drammatiche e anche, cosa più rara, commuoversi nell’intuire quanta amarezza c’è dietro una battuta. E non è solo un fatto di estremi: sfogliando le pagine dell’albo è possibile godersi allo stesso tempo una bella storia di avventura, un capitolo di un romanzo di formazione, una parodia feroce del comicdom e del fandom americani, sequenze di combattimenti cruentissimi (credetemi se vi dico che i disegni ed onomatopee trasmettono un dolore quasi fisico a chi legge) e ancora storie d’amore struggenti, pagine intense di non-sense humour, dialoghi metafisici (da tenersi a scelta sulla superficie lunare o su di uno dei piani dell’esistenza), ecc. ecc.

EVOLUZIONE. Così le pagine scorrono, le storie si succedono, alcuni capitoli si chiudono per non essere riaperti mai più, nuove direzioni di lettura si aprono davanti al lettore: possono nascondere vecchie conoscenze o nuovi personaggi. Ad ogni passo però sentiamo di procedere e anche quando Sim ci costringe a voltarci, lo fa per gettare una nuova luce su quanto ha detto in precedenza: niente è mai per due volte la stessa cosa. E’ questo forse il più grande dei segreti di Cerebus: il costante spingersi in avanti che ha portato l’evolversi della storia a conformarsi con le mutate esigenze espressive del suo autore, ad adeguarsi all’universo di partenza del lettore, a modificare le proprie coordinate interne per ricostruirsi ogni volta diversa. E’ vero, è faticoso leggere Cerebus cominciando dal mezzo, ma una volta presa confidenza con i personaggi e le loro voci sarà un vero piacere scavare nel loro passato; la struttura a macro unità narrative (i libri in cui è stata divisa la storia) facilita il compito permettendo al lettore di abbracciare l’illusoria solidità di una completezza definita, mettendo a tacere per il momento la vertigine causata dalla mole di pagine complessive.

Un articolo a parte meriterebbe l’impegno con cui l’autore di Cerebus difende i diritti del self publishing artist (ossia dell’autore che pubblica le sue storie autoproducendosi o comunque mantenendo i diritti dei suoi personaggi): i suoi consigli, lo spazio che offre sulla sua testata al mercato indipendente, la satira agguerrita del mondo e delle produzioni delle majors fanno parte integrante di ciò che Dave Sim offre a chi acquista un suo albo. Leggendo Cerebus si ha veramente l’idea della differenza che corre tra un personaggio che ha alle spalle fatica, gioia, sudore e sbronze di chi lo ha creato, ed un altro che invece è programmato freddamente in base a motivazioni esclusivamente economiche, molto spesso da individui che sanno tutto di marketing ma ben poco dell’arte di narrare una bella storia.

Questo articolo era apparso originariamente sul numero 26 della rivista "Fumo di China" e, in rete, sul sito d'informazione fumettistica "Fumetti di carta" (a questo indirizzo).

lunedì, febbraio 08, 2010

LOVE SONGS. 02: Coldplay, "Fix you"

Il video lo trovate su You Tube (incorporamento disattivato...).
Ecco qua le parole:

When you try your best, but you don't succeed
When you get what you want, but not what you need
When you feel so tired, but you can't sleep
Stuck in reverse

And the tears come streaming down your face
When you lose something you can't replace
When you love someone, but it goes to waste
Could it be worse?

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

And high up above or down below
When you're too in love to let it go
But if you never try you'll never know
Just what you're worth

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

Tears stream down on your face
When you lose something you cannot replace
Tears stream down on your face
And on your face I...

Tears stream down on your face
I promise you I will learn from my mistakes
Tears stream down on your face
And on your face I...

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

giovedì, febbraio 04, 2010

SEGNALAZIONI. 06: FactorY, il terzo volume...

Si chiude la prima stagione di FactorY di Morozzi e Petrucci. L'editore, Fernandel, annuncia l'uscita del terzo volume e gli autori già pensano a come proseguire il cruento esperimento.
Per chi se lo fosse perso: http://factor-y.blogspot.com/

"In food we trust!"

martedì, febbraio 02, 2010

PRATCHETT. 01: La sua battaglia...


E' uno degli scrittori di fantasy più originali e popolari al mondo. Gli è stata diagnosticata una forma rara di Alzheimer. Ha donato un milione di dollari americani alla ricerca e ora si sta battendo per la costituzione di tribunali speciali che possano deliberare sui casi di "eutanasia" assistita.
Il testo che allego qui sotto, se non mi sbaglio, è quello del discorso che fece al tempo della donazione, nel marzo del 2008.

My name is Terry Pratchett, author of a series of inexplicably successful fantasy books and I have had Alzheimer's now for the past two years plus, in which time I managed to write a couple of bestsellers.

I have a rare variant. I don't understand very much about it, but apparently if you are going to have Alzheimer's it's a good one to have.

So, a stroke of luck there then!

Interestingly enough, when I was diagnosed last December by those nice people at Addenbrooke's, I started a very different journey through dementia.

This one had much better scenery, interesting and often very attractive inhabitants, wonderful wildlife and many opportunities for excitement and adventure.

Those of you who's last experience with computer games was looking at Lara Croft's buttocks might not be aware of how good they have become as audio and visual experiences, although I would concede that Lara's buttocks were a visual experience in their own right.

But in this case I was travelling through a country that was part of the huge computer game called Oblivion, which is so beautifully detailed that I have often ridden around it to enjoy the scenery and weather and have hardly bothered to kill anything at all.

At the same time as I began exploring the wonderful Kingdom of Dementia, which is next door to the Kingdom of Mania, I was also experiencing the slightly more realistic experience of being a 59 year old who finds they have early onset Alzheimer's.

Apparently I reacted to this situation in a reasonably typical way, with a sense of loss and abandonment with an incoherent, or perhaps I should say, violently coherent fury that made the Miltonic Lucifer's rage against Heaven seem a bit miffed by comparison. That fire still burns.

I want to go on writing! Admittedly, that means I have to stay alive.

You can't write books when you are dead, unless your name is L. Ron Hubbard.

And so now I'm a game for real. It's a nasty disease, surrounded by shadows and small, largely unseen tragedies.

People don't know what to say, unless they have had it in the family.

People ask me why I announced that I had Alzheimer's.

My response was: why shouldn't I?

I remember when people died "of a long illness" now we call cancer by its name, and as every wizard knows, once you have a thing's real name you have the first step to its taming.

We are at war with cancer, and we use that vocabulary.

We battle, we are brave, we survive. And we have a large armaments industry.

For those of us with early onset in particular, it's more of a series of skirmishes.

My GP is helpful and patient, but I don't have a specialist locally.

The NHS kindly allows me to buy my own Aricept because I'm too young to have Alzheimer's for free, a situation I'm okay with, in a want-to-kick-a-politician-in-the-teeth-kind of way.

But, on the whole, you try to be your own doctor.

The internet twangs night and day. I walk a lot and take more supplements than the Sunday papers. We talk to one another and compare regimes.

Part of me lives in a world of new age remedies and science, and some of the science is a little like voodoo.

But science was never an exact science, and personally I'd eat the arse out of a dead mole if it offered a fighting chance.

Fortunately, I have the Greek Chorus to calm me down

Soon after I told the world my website fell over and my PA had to spend the evening negotiating more bandwidth.

I had more than 60,000 messages within the first few hours.

Most of them were readers and well-wishers.

Some of them wanted to sell me snake oil and I'm not necessarily going to dismiss all of these, as I have never found a rusty snake.

But a large handful came from 'experienced' sufferers, successfully fighting a holding action, and various people in universities and research establishments who had, despite all expectations, risen to high places in their various professions even while being confirmed readers of my books.

And they said; can we help? They are the Greek Chorus. Only two of them are known to each other and they give me their advice on various options that I suggest.

They include a Wiccan, too. It's a good idea to cover all the angles.

It was interesting when I asked about having my dental amalgam fillings removed.

There was a chorus of ? hrumph, no scientific evidence, hrumph???., but if you can afford to have it done properly then it certainly won't do any harm and you never know.

And that is where I am, along with many others, scrabbling to stay ahead long enough to be there when the cure, which I suspect may be more like a regime, comes along.

Say it will be soon - there's nearly as many of us as there are cancer sufferers, and it looks as if the number of people with the disease will double within a generation.

And in most cases you will find alongside the sufferer you will find a spouse, suffering as much. It's a shock and a shame, then, to find out that funding for research is three per cent of that which goes to find cancer cures.

Perhaps that is why, for example, that I know three people who have successfully survived brain tumours but no-one who has beaten Alzheimer's???although among the Greek Chorus are some who are giving it a hard time.

I'd like a chance to die like my father did - of cancer, at 86.

Remember, I'm speaking as a man with Alzheimer's, which strips away your living self a bit at a time.

Before he went to spend his last two weeks in a hospice he was bustling around the house, fixing things.

He talked to us right up to the last few days, knowing who we were and who he was.

Right now, I envy him. And there are thousands like me, except that they don't get heard.

So let's shout something loud enough to hear. We need you and you need money. I'm giving you a million dollars. Spend it wisely.

lunedì, febbraio 01, 2010

SEGNALAZIONI.04: Ma soprattutto... perché?

In originale era così...

















in Italia, quando uscirà a febbraio per Newton Compton sarà così...

















Ci saranno ragioni di marketing editoriale, ma chissà se il buon Duncan ha approvato la scelta?
Sarebbe bastato togliere il numero della bestia per renderlo accettabile, anche se la scelta di usare "Lucifero" aveva un suo perché specifico... Però il libro è divertente (anche se un po' si perde nel finale...) e scommetto che, nel nostro paese, troveranno il modo di sfruttare l'effetto scandalo (han gia cominciato con la scelta del titolo...).
Duncan scrive bene. Di lui ho tradotto per Fazi "Morte di un uomo qualunque": consigliatissimo ma quasi introvabile ormai... peccato!

martedì, dicembre 08, 2009

SEGNALAZIONI. 03: Tonari no Totoro

Finalmente è uscito (a dicembre in affitto e dal 7 gennaio per acquistarlo).
Mi limito a postare il video della scena del sogno...











mercoledì, novembre 18, 2009

SULLO SCAFFALE. 01: Mignola/Golden, Baltimore

Approfitto della funzione "blog this item" di aNobii per creare una nuova etichetta e riempire le voragini tra un post e l'altro...

More about Baltimore
POST-GOTICO...
Una piacevole sorpresa. Conosco e amo il Mignola autore di fumetti da anni (con l'adattamento che ha fatto insieme a Howard Chaykin di una manciata di racconti di Leiber con protagonisti gli spadaccini/ladri Fafhrd e Gray Mouser si è guadagnato la mia eterna gratitudine...). Ad attirarmi è stata la copertina: difficile non riconoscere lo stile di Mignola e con quella malinconica figura di cacciatore achabiano gettata lì a mo' di esca non potevo non essere risucchiato dal maelstrom.
Il romanzo si snocciola come una rivisitazione del "gothic novel", un rosario di storie incastonate a corona intorno alla vicenda principale, in omaggio alla tradizione letteraria del genere e ai suoi successivi sviluppatori (Stoker innanzitutto, ma non solo...). Una riscrittura ben riuscita e molto ben tradotta (così a orecchio... senza aver sotto mano il testo originale). Lettura goduta e caparbiamente ricercata nei pochi momenti liberi di questo periodo... perché le vicende avvincono e i personaggi, necessariamente da "bassorilievo" (come il distintivo tratto grafico caratteristico del Mignola disegnatore...), conquistano pur nella (anzi, proprio per la) loro semplicità stereotipica. Almeno fino a cinque pagine dalla fine, dove si ha l'impressione che le necessità editoriali di un finale aperto a seguiti e serializzazioni abbia ferocemente fagocitato il finale "mobydickiano" che la vicenda meritava...

lunedì, ottobre 26, 2009

PARATESTI. 04: Il mio nome è Quinn... no, Bond. James Bond

In onore del lisergicosteronico volume appena sfornato dai saldatori, un omaggio d'atmosfera alla spia d'azione per eccellenza, da cui il Casanova di Fraction e Ba deriva e a cui si rifà (con un bel po' di altro nel mezzo, come non manca di rilevare l'ottima intro di Mr. Voglino, proteiforme traduttore di quest'avventura perfetta... ma avrò modo di dirlo altrove).
Godetevi questa carrellata di oltre 50 anni di opening titles "seminali" del celeberrimo agente segreto.
















TRIVIA. 03: Studenti in gamba

LipDub (ovvero "video in playback con sincro labiale") realizzato durante la settimana d'integrazione delle matricole dell'UQUAM (Université du Québec à Montréal, in Canada) con 172 studenti di comunicazione. Girato il 10 settembre 2009 in 2 ore e 15 minuti.



Estiquattsi!

[grazie, Mattia]

domenica, ottobre 25, 2009

SEGNALAZIONI. 02: La Genesi secondo Crumb

In un articolo dal titolo "Gods gets graphic" apparso il 22 ottobre scorso sulla versione digitale della Sunday Book Review del New York Times, David Hajdu recensisce The book of Genesis, "novelizzazione grafica" del primo libro della Bibbia da parte del decano underground Robert Crumb (THE BOOK OF GENESIS, Illustrated by R. Crumb, senza indicazione di pagina, W. W. Norton & Company. $24.95).
Qui trovate anticipate le prime tre pagine.
[l'immagine è ripresa dall'anticipazione linkata]

giovedì, ottobre 22, 2009

SEGNALAZIONI. 01: Rusty dogs

Il logo è di Mauro Mura, ma il progetto è di Emiliano Longobardi. Che è un amico e un animo affine e ha tenacia da vendere. Dal suo post di presentazione sul blog di Rusty Dogs: "Rusty Dogs sarà un blog che raccoglierà storie brevi scritte da me e disegnate da (almeno) trentotto disegnatori italiani attualmente a lavoro con alcuni dei più importanti Editori nazionali e stranieri.
Il genere sarà il crime-noir, l’abusatissimo crime-noir che mai come in questi anni è stato declinato fumettisticamente (e non solo, anzi) in tutte le salse e a qualsiasi latitudine (se volete farvi un'idea di cosa possa essere attualmente reperibile in Italia, potete fare un salto qui): a voi decidere se Rusty Dogs lo farà in maniera convincente o meno."
In bocca al cane lupo a tutti gli imbarcati! Andate a visitare regolarmente (e portatevi l'antitetanica!)

martedì, ottobre 06, 2009

BIBLIOTECHE. 01: Zappa sui piedi (so io il perché!)

Tanto per farmi del male e anche per dare un senso un po' più concreto al titolo del blog ("library mouse" è un calco forzato inglese dell'espressione italiana "topo di biblioteca"), inauguro l'etichetta "biblioteche" con la segnalazione di un articolo-intervista di Sara Del Corona intitolato "Book Club" e apparso nell'insolita cornice della rivista Marie Claire di settembre (ma recuperabile on-line sul blog del magazine a questo indirizzo (con tanto di hyperlink e belle foto).
Non è certo un resoconto approfondito dello "stato dell'arte", però dà abbastanza l'idea del perché siamo, una volta di più, un paese che potrebbe, ma non vuole ("Vede, signora, suo figlio è intelligente, ma non si applica...").
Di che parla l'articolo... di biblioteche, ovvio (non quelle che molte di voi hanno in mente...), ma anche di abitudini e forme mentali (che finiscono poi per spiegare molte cose).

Foto: Alessandria d'egitto, Biblioteca Nazionale (Snøhetta As, 2002).

PARATESTI. 03: Samurai Jack Opening Titles

Con la voce di Aku doppiato dal compianto Mako Iwamatsu (l'attore nippoamericano che ha interpretato il ruolo dello stregone amico di Conan nel film di Milius) inizia immancabilmente ogni episodio di Samurai Jack. Ecco qua il testo inglese (che i fan come me hanno imparato a recitare come un mantra):
"Long ago in a distant land, I, Aku, the shape-shifting Master of Darkness, unleashed an unspeakable evil... But a foolish samurai warrior wielding a magic sword stepped forth to oppose me. Before the final blow was struck, I tore open a portal in time and flung him into the future where my evil is law. Now the fool seeks to return to the past and undo the future that is Aku!"
Come ebbe a dire anche qualcun altro: "Esco scemo per le introduzioni così. Come si fa a non farsi accalappiare?"
In fondo, una delle carte vincenti di Genndy Tartakowsky e soci è proprio questa: l'epica elementare, quasi fiabesca (anche se sempre pervasa di humor e ironia) che percorre l'intera serie, costituendo anche un'importante cifra stilistica formale, oltre che tematica.

domenica, settembre 13, 2009

PYNCHON. 09: "Un viaggio nella mente di Watts"

Il 12 giugno 1966 (circa un anno dopo la famosa rivolta del quartiere nero di Watts di Los Angeles), sul New York Times Magazine, apparve questo articolo firmato dal Nostro. Come si legge su Spermatikos Logos, il sito dedicato a Pynchon su The Modern Word, si tratta di un "profilo psicologico del quartiere di Watts di L.A. e delle tensioni razziali che hanno dato origine alla famigerata rivolta".
Questa mia traduzione (per quanto ne so, si tratta di un inedito in Italia) la feci per mio personale diletto quando ancora la mia carriera di traduttore non era nemmeno iniziata. Spero di non aver fatto un cattivo servizio. E spero che il NYT- o chi per lui - non se la prenda... in caso sono ovviamente disposto a rimuovere il tutto.
Considerando quello che sta succedendo oggi nel mondo (e in particolare in Italia e nel resto del Mediterraneo), ritengo giusto dare un piccolo contributo a far circolare di nuovo questo scritto e magari a oliare i meccanismi di qualche minuscolo cervello arrugginito...

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Thomas Pynchon
Un viaggio nella mente di Watts

Los Angeles

La notte del 7 maggio, dopo un inseguimento iniziato a Watts e terminato una cinquantina di isolati più a nord, due poliziotti di Los Angeles, Caucasici, riuscivano a fermare un'auto alla cui guida c'era Leonard Deadwyler, Nero. Con lui si trovavano la moglie, incinta, e un amico. L'agente più giovane (che già una volta era stato denunciato per aver strapazzato in maniera più eccessiva del solito alcuni ragazzi Neri) si avvicinò e infilò testa e arma nel finestrino dell'auto per parlare a Deadwyler. Un istante dopo ci fu uno sparo; il giovane Nero cadde riverso sul sedile e morì. Stando all'altro agente, l'ultima cosa che disse fu "Sta per avere un bambino".

L'indagine del coroner andò avanti per quasi due settimane, con l'agente che sosteneva che l'auto aveva avuto un sussulto improvviso, provocando l'incidentale esplosione di un colpo dal suo revolver d'ordinanza; con la vedova di Deadwyler che sosteneva che si era trattato di omicidio a sangue freddo e che l'auto non si era mai mossa. L'esito, senza sorprendere nessuno, assolse l'agente da ogni responsabilità. Si era trattato di un incidente. La Pubblica Accusa subito dichiarò che quella era anche la sua opinione e che, per quanto la riguardava, il caso era chiuso.

Ma per quanto riguarda Watts, il caso è ancora decisamente aperto. I predicatori della comunità invitano alla calma - o, come la stanno mettendo altri: "Se scoppia qualche grosso casino, dolcezza, L'Uomo non farà che tornare qui a sparare, proprio come l'ultima volta". I cecchini sono appostati, per ora senza colpire granché. Ogni tanto una bomba incendiaria parabola contro auto con facce bianche all'interno, o contro modelli sportivi vuoti che dall'aspetto si potrebbero dire di proprietà bianca. Ci sono stati alcuni incendi di origine misteriosa. Un Centro Per Adolescenti di Colore - parte del tentativo tienili-lontani-dalle-strade nella guerra alla povertà di L.A. - si è ritrovato tutte le finestre in frantumi, mentre la giovane responsabile, il giorno dopo, esprimeva il desiderio di parlare ai malfattori, coinvolgerli, trovare magari il modo di risolvere il problema insieme. Naturalmente, nel ripostiglio mentale di ognuno, la stessa identica domanda: Si ripeterà la rivolta dello scorso anno?

Ma la vera domanda è: Perché tutti si preoccupano tanto di una nuova rivolta - non sono forse cambiate a Watts le cose dall'ultima volta? E' quanto si stanno chiedendo un sacco di Bianchi. La risposta, purtroppo, è no. Il quartiere starà anche ribollendo di assistenti sociali, di collettori di dati, volontari della VISTA e altri membri assortiti dell'establishment umanitario, tutta gente le cui intenzioni sono le migliori del mondo. Ma per qualche motivo non è cambiato granché. Ci sono ancora i poveri, i derelitti, i criminali, i disperati, tutti qui intorno a gironzolare con quella che deve sembrare come una terribile vitalità.

L'uccisione di Leonard Deadwyler ha ancora una volta posto tutto quanto al centro dell'obiettivo; ha fatto riaffiorare un'antica sofferenza; ha ricordato a ognuno di quanto spesso l'agente ti si avvicini con il revolver pronto, così che niente di quello che poi fa con esso può realmente considerarsi un incidente; di come, specie di notte, ogni cosa possa d'un tratto ridursi a una questione di riflessi: la tua vita in bilico sulla falange contratta di un poliziotto perché è buio, e perché Watts, la storia di questo posto e questi tempi rende impossibile a lui il farsi avanti in un altro modo e a te l'odiarlo meno. Entrambi costretti in qualcosa che nessuno dei due vorrebbe, eppure, notte dopo notte, con vittime o meno, queste recite tradizionali continuano a essere rappresentate in tutta la zona centro-meridionale della città.

In aggiunta a qualunque cosa possa esserci di sbagliato politicamente - come l'inadeguatezza delle strategie della Grande Depressione applicate a uno scenario che le ha da tempo superate; come il compiacimento vecchia maniera dei padri della città per le enormi quantità di derrate da guerra alla povertà che lo Zio Sam gli sta mettendo a disposizione - ciò che è invece molto più prossimo al cuore del malessere razziale di L.A. è la coesistenza di due culture molto diverse tra loro: una bianca e una nera.

Mentre la cultura bianca è impegnata in varie pratiche di assurdità sistematizzata - sulle quali si basa perfino l'economia della zona - la cultura nera è quasi completamente bloccata nel confronto con realtà primarie come malattia, fallimento, violenza e morte, tutte cose che i Bianchi, potendoselo permettere, hanno scelto per la maggior parte di ignorare. Le due culture non si comprendono, nonostante i valori dei bianchi siano incessantemente esposti sugli schermi televisivi dei Neri, e nonostante la sensazione panoramica dell'impoverimento nero sia ben difficile da non cogliere dall'alto della Harbor Freeway, che così tanti bianchi devono percorrere almeno due volte nel corso di ogni giornata lavorativa. Per qualche motivo sono molto pochi quelli a cui capita, tanto per cambiare, di uscire allo svincolo Imperial, di prendere a est invece che a ovest anche solo per pochi isolati, e dare un'occhiata a Watts. Un'occhiata veloce. La più semplice forma di inizio. Ma Watts è una terra che si estende, psicologicamente, innumerevoli miglia più lontano di quanto la maggior parte dei bianchi sembra oggi aver voglia di viaggiare.

E anche se in superficie il caso Deadwyler non ha apparentemente cambiato le cose, al di sotto di essa lo stato d'animo di Watts è più o meno quello che potreste aspettarvi. I sentimenti vanno da un istintivo, ostile e urgente bisogno di contrattaccare in qualche maniera a un'ansia preoccupata che l'uccisione sia soltanto un torto in più, un'ulteriore cambiale che, una calda sera quest'estate, scadrà. Eppure sotto la luminosità e la calura del giorno, è difficile pensare che vi sia a Watts un qualche mistero. Tutto sembra così esposto, così reale, niente facce di plastica, niente transistor, niente musichette di sottofondo o paesaggi Disneyficati o ragazzine sorridenti a farti da guida. Non a Inseguiribellolandia. Giusto un paio di monumenti storici, come il distaccamento di polizia, un posto di guardia per le forze bianche risalente all'Agosto scorso, con i piccioni tubanti che ora affollano le tegole rosse del suo tetto. Oppure, lungo le strade, lotti vacanti dagli orli ancora carbonizzati, ammiccanti di gusci di Tokay, Porto e sherry, le bottiglie non fracassate che fanno capolino da sacchetti di carta.

Un bambino potrebbe andarsene in giro scalzo e calpestare questi vetri - non che voi lo verreste mai a sapere. I bambini da queste parti sono già dei duri, al punto che potreste sfilargli le schegge di dosso senza mai sentire un singhiozzo. Fa parte del loro paesaggio, di quello reale come di quello emotivo: vetri rotti, vasi fracassati, chiodi, bidoni di latta, ogni genere di resti e spazzatura. Come nella tradizione di Watts. Simon Rodia, un immigrato italiano, impiegò trent'anni a radunare parte di questa spazzatura e a trasformare un piccolo appezzamento del quartiere lungo la 107sima strada nelle ormai celebri Torri di Watts, forse il suo personale sogno di come le cose sarebbero dovute essere: una fantasia di fontane, imbarcazioni, alte strutture a spirale incastonate con un luccicante mosaico di frammenti di Watts. Accanto alle Torri, lungo la vecchia linea della Pacific Electrics, i bambini sono impegnati ogni giorno a fracassare nuove bottiglie sui binari del tram. Ma Simon Rodia è morto, e ora la spazzatura si accumula e basta.

Pochi isolati più in là altri bambini sono fuori a giocare sull'asfalto rovente del cortile della scuola. Fratelli e sorelle ancora troppo piccoli per la scuola se la passano meglio - ovunque si trovino hanno prati, alberi, tubi, posti per nascondersi. Non l'affollato, assolato coacervo di appartamenti di una Harlem; ma lo stesso sprawl urbano di edifici a uno o due piani dell'intera L.A., che vi dà almeno un pezzetto di prato in cui allargarvi quando proprio non ve la sentite di starvene dentro.

Nella zona commerciale del sobborgo c'è un'idea diversa di rifugio. Bar e sale da biliardo, dai locali caldi e scuri, sono pieni di gente; molte le partite in corso, di domino, dadi o whilst. Fuori, gli uomini se ne stanno intorno alla ghiacciaia ad ascoltare una partita di baseball alla radio; altri, in piedi o accovacciati, si appoggiano agli edifici - basse scatole dall'intonaco stinto che ricordano in modo curioso certe vie in Messico. Le donne passano, all'andata e al ritorno, da qualunque tipo di shopping possa esserci da fare. E' facile notare quanto rapidamente, dopotutto, in queste strade possa formarsi una folla intorno al minimo germe di disordine o incidente. Per il momento è tutto in attesa sotto il sole.

Sopra di tanto in tanto, passano grossi jet come giganteschi aspirapolvere in fase d'atterraggio, il vento spira da ovest e Watts si distende proprio sotto le rotte d'avvicinamento dell'aeroporto internazionale di L.A.. I jet sembrano sospesi nell'aria ad appena una cinquantina di metri da terra; attraverso lo smog appaiono più bianchi che argentati, illuminati dal sole, per nulla solidi; soltanto spettri, o possibilità, di aeroplani.

Da qui, gran parte della cultura bianca che circonda Watts - e, in modo curioso, la assedia - appare proprio come quegli aerei: un po' irreali, quasi privi di sostanza. Perché Los Angeles, più di ogni altra città, appartiene ai mass media. Ciò che, in tutta la nazione, è conosciuta come la Scena di L.A. esiste principalmente sotto forma di immagini su uno schermo cinematografico o televisivo, sotto forma di foto su riviste in quadricromia, vecchie storielle radiofoniche, nuove canzoni che sopravvivono giusto qualche settimana. Fondamentalmente si tratta di una Scena bianca, dove l'illusione permea ogni cosa, dalle gigantesche compagnie aerospaziali che fioriscono e appassiscono secondo i capricci di Robert MacNamara, al "movimento" che tutti cercano su e giù per la Strip durante i week-end, inconsapevoli di essere essi stessi, con la loro il più delle volte incompiuta ricerca, l'unico movimento in città.

Watts giace incastonata nel cuore di questa fantasia bianca. E', per contrasto, una sacca di più amara realtà. L'unica illusione che Watts si sia mai concessa è stata quella di credere a lungo nella versione bianca di ciò che un Nero sarebbe dovuto essere. Ma con l'avvento dell'Islamismo e dei movimenti per i diritti civili è svanita anche quella.

Dai tumulti dell'Agosto scorso non c'è stato un gran ricostruire da queste parti, pochi gli investimenti. Lotti i cui edifici allora erano andati distrutti dalle fiamme stanno ancora aspettando invenduti e ricoperti di detriti, occupati soltanto da una o due auto parcheggiate, ragazzini in giro dopo la scuola, barboni che si spartiscono un sorso di prima mattina. L'altro giorno, in uno di essi, sono state celebrate pionieristiche festività, alla presenza di un ispettore della Contea, un sacco di belle liceali tutte infiocchettate, un proprietario bianco e sua moglie che, fedele allo spirito di Watts, ha schiantato una bottiglia di champagne contro una pietra - tutto perché l'uomo aveva deciso di restare e ricostruire il suo supermercato da 200.000 dollari, prima vera importante ricostruzione dai tumulti.

Gli stessi abitanti di Watts parlano di un diverso tipo di aura, vagamente malvagia; si lamentano che i Neri che vivono in quartieri migliori amano giungere qua da sotto l'autostrada come in un quartiere a luci rosse, cercando ragazze, gioco d'azzardo o magari un contatto. Si dice che la droga sia una merce rara oggi a Watts e nonostante ciò il Narco-popolo attraversa tentativamente l'intera zona, alla ricerca di drogati, gruppi di tossici, spacciatori. Ma la povertà di Watts è tale da rendere più probabile il fatto che, avendo un po' da bere o qualcos'altro in più, tu preferisca darlo a un amico, piuttosto che venderlo. Domani, o quando potrà, il tuo amico ti restituirà il favore.

Durante l'inchiesta Deadwyler molto fu l'accento posto sull'elevato tasso alcolico nel sangue del morto, come se il fatto che fosse ubriaco desse in qualche modo alla polizia il diritto di sparargli. Ma l'alcool è naturale parte integrante dello stile di Watts; naturale quanto lo è LSD dalle parti di Hollywood. Il ragazzo bianco ama le allucinazioni semplicemente perché è talmente condizionato a credere nell'evasione, evasione come parte integrante della vita, perché la Scena bianca di L.A. gliene mette a disposizione un'incredibile quantità di varianti. Ma un ragazzo di Watts, cresciuto in una sacca di realtà, non cerca tanto l'evasione quanto un po' di calma, un po' di rilassamento. E per quello birra o vino sono sufficienti. Specialmente alla fine di una brutta giornata.

Come dopo aver guidato, diciamo, giù fino a Torrance o Long Beach o dovunque siano quelli che fanno assunzioni perché non sono certo a Watts, neppure nelle miglia di industria pesante sparse lungo Alameda Street, quella grigia arteria assassina che si distende al confine orientale di Watts simile all'orlo del mondo.

Così ti infili invece nell'autostrada, domandandoti magari quanto ci vorrà prima che un poliziotto ti fermi perché il rottame che stai guidando, comprato per 20 o 30 $ messi insieme in qualche maniera, fa un sacco di rumore e brucia un po' d'olio. Beccarti motorizzato allarga gli orizzonti dell'Uomo; gli dà più motivi per darti addosso. E "l'eccesso di fumi di scarico" è uno dei suoi preferiti.

Se arrivi dove stavi andando senza incontrare un agente, puoi trascorrere la tua giornata guardando le facce bianche degli addetti al personale, le loro uniformi occhiate di sospetto, i loro automatici sorrisi, e stare ad ascoltare i loro gentili rifiuti. "Una volta che mi avevano detto che non corrispondevo alle loro esigenze" dice un ragazzo, "mi sono deciso a chiedere. Così ho detto Bene, allora, cosa state cercando? Voglio dire, come mi posso preparare, che cosa devo imparare per corrispondere alle vostre esigenze? Sapete che mi ha detto? Non siamo tenuti a dirti quali sono le nostre esigenze".

Non lo è. Il punto è proprio questo: non deve fare nulla che non voglia perché lui è L'Uomo. O lo era. Un sacco di ragazzi oggi sono più propensi a chiamarlo il piccolo uomo - intendendo con ciò non tanto un qualsiasi membro della struttura di potere quanto il vostro bianco medio, che paga le tasse, è iscritto al voto, è possidente; ha un lavoro, è affidabile, ha un'ipoteca e tutto il resto.

Il piccolo uomo rode a questi ragazzi più di quanto l'Uomo abbia mai fatto ai loro genitori. E' il piccolo uomo a pestargli piedi e mettersi sulla loro strada; è ovunque e non c'è molto che possono fare per cambiare lui o i suoi sentimenti nei loro confronti. Un ragazzo di Watts conosce il funzionamento della testa dei bianchi se è possibile meglio dei bianchi stessi; sa bene quanto spesso il piccolo uomo dopo averlo squadrato ha pensato "Brutto rischio di credito" o "Cattivo studente" o "Minaccia sessuale" o "Approfittatore del Welfare" - senza conoscere di lui personalmente assolutamente nulla.

L'impulso naturale, normale è quello di voler colpire il piccolo uomo. Ma cosa ha poi fatto, dopo tutto? Composto, rispettabile, persino sorridente, non ti ha insultato, ne ha estratto armi. Ti ha soltanto detto, forse, che il lavoro era già stato assegnato, la casa affittata.

Con un poliziotto può diventare più pericoloso, ma almeno è onesto. Vi capite. Tacitamente, entrambi ammettete che tutto ciò che il poliziotto ha dalla sua parte è la sua pistola. "C'era un tempo," vi diranno " che avresti detto Togliti il distintivo, bello, e sistemiamo la faccenda. Voglio dire, lui non se lo sarebbe tolto, ma tu l'avresti detto. Ma da agosto, amico, ecco come la vedo, al diavolo il distintivo - basta che metti via la pistola".

Il poliziotto non mette via la pistola; la disputa resta verbale. Ma questo significa che, oltre a proteggere e a servire il piccolo uomo, il poliziotto funziona anche come sua immagine.

Se si lascia prendere dall'emozione e dice qualcosa come "ragazzo" o "negro" allora hai la possibilità di scegliere: lasciar perdere oppure - e, una volta di più, questo è più probabile dopo l'agosto scorso - insultarlo nel modo in cui si aspetta, benché è sottinteso che tu non stai in nessun caso commentando alla lettera cosa avviene tra lui e sua madre. E' uno scambio rituale, come la sporca dozzina.

Di solito - come nell'incidente Deadwyler - è il poliziotto più giovane tra i due a creare più problemi. La maggior parte dei ragazzi di Watts conoscono a menadito come funziona la testa di questo novellino - le cose che sente di dover dimostrare - come anche tutti i passi del rituale. Prima che il poliziotto possa dire "Vediamo i tuoi documenti", impari a tirarli fuori educatamente dicendo "Vuoi vedere i miei documenti?". Naturalmente, quanto più riuscirai ad anticipare le sue mosse, tanto più quel poliziotto si roderà il fegato. E' come scherzare col fuoco, ma d'altra parte quello armato è lui, così tu fai quello che puoi.

Devi sempre intuire in anticipo come si metterà il discorso. E' qualcosa che impari a fare abbastanza in fretta da piccolo, così come impari presto a distinguere le differenti specie di poliziotti: i BiancoNeri (chiamati così per il colore delle loro auto), la polizia urbana di L.A. e in generale i meno flessibili; il dipartimento dello sceriffo della Contea di L.A., che si considerano una specie di élite, cercano di mantenere una certa distanza dal pubblico e sono meno propensi a infastidirti a meno che non sembri valerne la pena; la polizia urbana di Compton, che si muovono in pattuglia da soli e si presentano come dei veri duri, allineandovi quattro alla volta contro il muro per poi perquisirvi; quelli della Minorile che guidano delle Plymouth prive di segni di riconoscimento e, appena tramonta il sole, se ne vanno in giro dappertutto fermandosi accanto a voi con genialezze del tipo "Chi compra da bere stasera?" o "Chi pensate di derubare stanotte?". Scherzano, naturalmente, cercano di fare gli amiconi. Ma ai ragazzi di Watts, come a quasi tutti, non piace essere messi insieme agli ubriaconi, o ai pirati della strada o ai ladri, o in qualsiasi gruppo considerato criminale o malvagio Qualunque siano i motivi del poliziotto, appare come una deliberata e colpevole forma di stupidità.

Durante le ore di luce, in particolare con una folla di qualche tipo, lo stile di superficie del poliziotto è un po' cambiato dall'agosto scorso. "C'era un tempo" sentirai "in cui l'Uomo si precipitava dritto in mezzo, molto duro, sceglieva nella folla il ragazzo che gli pareva la causa dei casini e cercava di arrestarlo davanti a tutti. Ma ora che la gente comincia a rispondere urlando che ne hanno avuto abbastanza, ecco che all'improvviso l'Uomo abbassa la cresta".

Tuttavia, benché più di un poliziotto sembri seguire l'ordine del giorno che gli viene letto ogni mattina di essere cortese con tutti, il suo comportamento con una folla dipenderà realmente così come com'è sempre stato dal numero dei suoi su cui può fare affidamento, e sulla loro rapidità. Anche perché il suo Capo, Sam Yorty, è un convinto sostenitore delle virtù della Supremazia Schiacciante come soluzione alle problematiche razziali. Questo approccio non ha riscosso molto favore a Watts. E in effetti il Capo della Polizia di Los Angeles appare agli occhi di molti Neri come la vera e propria incarnazione del piccolo uomo: incurante di tutti all'infuori di sé stesso, sempre pronto per opportunismo a parlare in pubblico, qualcuno di cui mai, ma proprio mai, dovrai fidarti.

L'Agenzia per le Opportunità Economiche e la Gioventù (A.O.E.G.) è una "agenzia-ombrello" che unisce città e contea (anche lo stato era rappresentato, ma si è chiamato fuori) per numerosi progetti dispersi nelle zone più povere di L.A., e sembra essere l'ambiente naturale di Sam Yorty, se non addirittura il fiore della sua consapevolezza. Bizzarra, confusa, sempre in movimento, singolarmente inefficace, la A.O.E.G. non vede passare giorno senza che qualcuno rassegni le proprie dimissioni, o venga licenziato, faccia un'accusa o venga a sua volta chiamato a rispondere - e tutto questo non fa che confermare la già misera opinione che i Neri di Watts hanno del piccolo uomo. L'atteggiamento Nero nei confronti della A.O.E.G. è di aperta sfiducia, sono le gradazioni di sospetto a variare, dalla casalinga che vuole solo essere lasciata tranquilla in pace, sperando che magari questa volta L'Uomo menta un po' meno del solito, al giovane attivista discepolo di Malcom X, che liquida l'intera faccenda con un'unica, sdegnata, scrollata di spalle.

"Ma perché?" ha chiesto una volontaria bianca. "Ci sono così tante agenzie ora a cui rivolgersi, che possono aiutarti, se solo presenti la tua denuncia."

"Non ti aiutano per niente." Questo ragazzo in particolare era stato umiliato per aver cercato di ottenere un lavoro con uno dei più importanti studi d'avvocatura.

"Forse una volta. Ma adesso è diverso."

"Adesso" ha sospirato il ragazzo "adesso. Vedi, la gente ha continuato ad ascoltare per un sacco di tempo questo 'adesso' e io mi sono proprio rotto de L'Uomo che ti ripete: "Adesso è tutto OK, adesso intendiamo realmente quello che diciamo."

Evidentemente, a Watts, dove nessuno può permettersi il lusso dell'illusione, c'è ben poco motivo per credere che oggi le cose andranno diversamente, meglio dell'ultima volta.

Forse la misura dell'indifferenza della gente la da il fatto che solo il 2 per cento dei poveri a Los Angeles si sono fatti vivi per eleggere i rappresentanti della "commissione povertà" della A.O.E.G.. Vista la minoranza schiacciante in commissione (7 su 23), nessuno ha trovato un buon motivo per andare a votare.

Nel frattempo gli avamposti dell'istituzione sonnecchiano nella luminescenza dello smog estivo: segretarie trascorrono il pomeriggio a chiacchierare malinconicamente di macchinari che non accetteranno le schede preparate apposta per loro; volontari bianchi seduti a compilare, a scarabocchiare, a parlare al telefono, a far finta di lavorare a ogni costo, a immaginare dove siano finiti i "clienti"; slogan d'ispirazione tipo SORRIDI decorano i pannelli lignei alle pareti insieme ai diagrammi di flusso che illustrano la corretta disposizione dei casi e a ritagli di articoli da riviste patinate dedicati a "Cos'è la Maturità Emotiva?".

Cose come sorridere e Maturità Emotiva hanno un gran successo tra i professionisti della middle-class, ben sistemati, neri e bianchi, azionano i mimeografi e i computer della guerra dei poveri da queste parti. Tristemente, essi sembrano sorridersi fuori da ogni comunicazione significativa con i propri poveri. Oltre a un'ottocentesca convinzione nel fatto che metodi sicuri e comprovati - consigli sensati, buone intenzioni e persino un po' di pietismo - riusciranno a mettere a posto le cose a Watts, essi sono appesantiti dalle opinioni personali che li accompagnano al lavoro. I loro riflessi - in particolare quelli che riguardano la conformità, il fallimento, la violenza - sono prevedibili.

"Abbiamo passato momenti da incubo con questa ragazza" racconta un consulente del Progetto per l'Educazione e l'Occupazione Giovanile. "Avreste dovuto vedere la sua acconciatura, tutta raccolta in verticale fin quassù. E gli abiti assurdi con cui si presentava, roba da non credere. Abbiamo dovuto prenderla da parte e spiegarle che ai datori di lavoro quel genere di cose semplicemente non vanno a genio. Che avrebbe dovuto vedersela con un sacco di ragazze dall'aspetto curatissimo, calze e tacchi, capelli e vestiti tradizionali. Alla fine siamo riusciti a farla ragionare".

Lo stesso vale per i ragazzi che sfoggiano berretti alla Malcolm o capelli Afro. L'idea che i consulenti apertamente sostengono è di dover somigliare il più possibile a un candidato bianco. Cioè a un Nero che faccia il consulente del lavoro o l'assistente sociale. La cosa non ha riscosso un grande entusiasmo da parte dei giovani che dovrebbe aiutare ed è uno dei motivi per cui i lavori vanno così a rilento nei vari progetti.

Tra i soldati della povertà un imbarazzo simile esiste nei confronti del fallimento. Essi si trovano, insieme con la stragrande maggioranza dei losangelini bianchi, in una sacca socio-economica che sembra essere terrorizzata più dal fallimento che dalla morte. E' difficile immaginarsi in quale occasione qualcuno di loro possa aver mai sperimentato una sconfitta o una perdita significative. Se l'hanno fatto, hanno da tempo accantonato la cosa razionalizzandola come qualcos'altro.

Sentirai da loro perle di saggezza del tipo: "La vita trova sempre il modo di sorprenderci, semplicemente in funzione del tempo. Anche se tutto ciò che fai è startene ad aspettare a un angolo di strada". Watts è pieno di angoli di strada dove la gente se ne sta ad aspettare, come è successo per alcuni, anche per 20 o 30 anni senza che la Sorpresa n° 1 si sia mai presentata. Eppure i soldati della povertà devono aver fede in questa forma di semimiracolo, poiché il loro mondo e la loro scena non può accettare la possibilità che, alla fine, possa non esserci alcuna sorpresa. Ma è qualcosa che Watts ha sempre saputo.

Riguardo alla violenza, in una sacca si realtà come Watts, la violenza non ti è mai troppo lontana: perché sei un uomo, perché sei stato umiliato, perché per ogni azione c'è sempre una reazione uguale e contraria. In un modo o nell'altro, prima o poi. Eppure per questi innocenti, ottimisti piccoli-burocrati, la violenza è una cosa cattiva e dannosa, forse perché minaccia la proprietà e lo status che non possono fare a meno di coccolare.

Ricordano la rivolta dell'Agosto scorso come uno sfogo, uno scatto improvviso. Eppure, dal punto di vista realistico di Watts, cosa c'è stato di così anormale? "L'Uomo aveva messo il suo piede sul tuo collo ", ha raccontato uno che c'era, "prima o poi smetterai di chiedergli di toglierlo". La violenza che è stata necessaria per far sì che quel piede si sollevasse quel poco che si è sollevato non è stata una sorpresa. In molti l'avevano predetta. Una volta iniziata, il suo scopo primario - battere la polizia BiancoNera - sembrava ragionevole ed è stato raggiunto nell'istante in cui L'Uomo è stato costretto a inviare rinforzi. Tutti sembrano esserne stati consapevoli. Difficilmente a Watts c'è una persona che trovi doloroso parlarne o si rammarichi di quanto è successo - a meno che non abbia perso qualcuno.

Ma nella cultura bianca tutt'intorno, in quello spaventoso mondo di guidatori di Mustang pre-infartati che si urlano insulti l'un l'altro solo quando i finestrini sono chiusi; di grandi corporazioni in cui Lo-standard-gentile-e-pulito è la prima scelta indipendentemente dalla schiena di quale dirigente uno possa nel frattempo star cercando di pugnalare; di un'immensa casta sacerdotale di codardi che consigliano il compromesso e la moderazione come l'unica risposta a tutte le forme di provocazione; nel mezzo di tanta beneducata irrealtà, è pressoché impossibile capire quale sia la reale opinione di Watts sulla violenza. In termini rigorosamente realisti la violenza può essere per esempio un mezzo per procurarsi soldi non più disonesto dell'esigere tassi di credito esorbitanti da clienti in cassa integrazione, come qui continuano ancora a fare i commercianti bianchi. Lungi dall'essere una malattia, la violenza può essere un tentativo di comunicare o di essere realmente te stesso.

"Sì, ho fatto due periodi dentro" dice un ragazzo" tutte e due le volte per rissa, ma in entrambi i casi non me lo meritavo. La prima volta l'altro tizio era più grosso di me; la volta dopo si trattava di due contro uno, e l'uno ero io". Ma è stato arrestato ugualmente, forse perché Bianchetto, che sa come ottenere tutto ciò che vuole, non sa più usare le mani e non vede perché tutti quanti non dovrebbero percorrere la strada delle Buone maniere. E se state pensando che forse qui abbiamo a che fare anche con una fissazione sulla virilità, che mettere un Nero in un istituto correzionale per rissa è anche una maniera di sterilizzarlo in qualche modo, beh, forse potreste non aver torto, chi può saperlo ?

Dopo tutto è nell'interesse della L. A. bianca far sbollire Watts con ogni mezzo disponibile - porre l'intera zona sotto un assedio di persuasione; convincere il Nero povero ad assumere certi valori bianchi. Dà loro una piccola proprietà e saranno meno tolleranti verso gli incendi dolosi; lascia che si indebitino per un'auto o una TV a colori, e saranno più propensi a tenersi stretto un lavoro stabile. Alcuni vedono la cosa per quello che è - un invito, un falso benvenuto, un tentativo di caricaturare la realtà di Watts nell'irrealtà di Los Angeles. Altri no.

Watts è coriacea; è stata capace di resistere all'irreale. Se c'è stato qualche scivolone fuori dalla realtà è avvenuto nella direzione della mitopoiesi. Mentre l'estate si scalda, la rivolta dell'Agosto scorso viene sempre meno ricordata come caos e sempre più come arte. Alcuni ora parlano di una sua qualità coreografica, un coordinato e aggraziato balletto di allontanamento dei poliziotti dal centro dell'azione, una dispersione del potere del L'Uomo, sia con scontri reali che con falsi allarmi.

Altri lo ricordano in termini di musica; gran parte della rivolta sembrava attraversata, dicono, da una straordinaria empatia, o qualunque cosa sia quella che provano certe notti i jazzisti; tutti che sanno cosa fare e quando farlo, senza bisogno di una parola o di un segnale; "Potevi unirti a chiunque, i ragazzi potevano essere impegnati a incendiare un negozio o che so io, ma te lo dicevano, spiegandoti con calma cosa stavano facendo in quel momento, cosa avrebbero fatto dopo. Ed era quello che facevano; amico, nessuno doveva dare ordini."

La rivisitazione della rivolta procede anche in altri modi. Per tutta la settimana di Pasqua quest'anno, nello spirito della stagione, si è svolta una "Resurrezione delle Arti", una specie di festival in memoria di Simon Rodia, allestito al Liceo Markham, nel cuore di Watts.

Insieme agli spettacoli teatrali e ai concerti, il festival comprendeva anche una stanza piena di sculture realizzate interamente con oggetti raccolti - raccolti, abbastanza simbolicamente, e nel solco della tradizione di Simon Rodia, tra i rottami lasciati dalla rivolta. Impiegando trame di legno carbonizzato, torcigli di metallo, vetro fuso, molte delle opere erano delle squisite, autentiche rinascite.

In un angolo c'era questo vecchio televisore fracassato, cavo, con sopra la sua antenna a orecchie di coniglio; all'interno, dove sarebbe dovuto esserci il tubo catodico, a guardar fuori con filamenti bruciati avviticchiati a mo' di edera elettrica tra le narici e i bulbi oculari, c'era un teschio umano. L'opera era intitolata "L'ultimo, ultimo, ultimo spettacolo".
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Prendetevi una mezz'ora e leggetevelo... Big P. aveva già capito tutto, una volta di più.